Il trekking al campo base dell’Everest è una delle avventure più affascinanti e impegnative che chi è appassionato di montagna possa intraprendere.
Questa è la storia di Sara una ragazza che, nonostante soffra di asma cronica dall’età di 16 anni, è riuscita a realizzare questo sogno grazie alla sua determinazione e alla pratica dello yoga.
Scopriamo insieme come è riuscita a superare ogni ostacolo e a raggiungere il campo base dell’Everest, ispirando tutti noi a non arrenderci mai di fronte alle difficoltà.
Ciao Sara, grazie per essere qui a raccontarci la tua esperienza e poter essere così d’ispirazione ad altre persone. Hai voglia di raccontarci qualcosa in più su di te?
Eccomi..mi chiamo Sara, sono una farmacista e, a dispetto di quello che pensa la gente che ci ritiene noiosi, ho una vena di follia che mi porta a vivere le mie passioni..lo yoga, il climb, ma soprattutto l’alpinismo..e per i miei 40 anni ho deciso di regalarmi la realizzazione di un sogno…
Cosa ti ha spinto a intraprendere il trekking fino al campo base dell’Everest?
Il Base Camp è sempre stato un sogno nel cassetto..molto difficile da realizzare..bisogna trovare il gruppo giusto, il momento giusto di preparazione..la mattina di Pasquetta dell’anno scorso sono andata ad arrampicare con Matteo, un ragazzo che conoscevo da appena due settimane..davanti a un cappuccino pre falesia mi ha buttato lì dal nulla la fatidica frase “ma te..il campo base dell’Everest? Lo faresti? Perché io sto creando un gruppo”..la mia risposta è stata puro istinto “ok sono dei vostri”..e da lì è cominciato il tutto..




Come ti sei preparata fisicamente e mentalmente per questa avventura?
La preparazione più semplice è stata quella fisica..ai soliti allenamenti climb e yoga ho aggiunto tanti piccoli trek tutte le sere dopo il lavoro..la domenica ho cercato di fare giri con tanti km e dislivello…e per la quota ho organizzato con gli amici qualche ascesa da 4k sul Rosa, una delle quali non è proprio andata a buon fine, dato che ho avuto un piccolo crollo fisico sul ghiacciaio del Lys con conseguente ipotermia e mi hanno portata giù in elicottero.
Ma la mia testa è più dura del marmo e dopo 15 giorni ero in cima a Punta Giordani…dopo 4 mesi ero in Nepal..
Naturalmente mi sono affidata a un medico sportivo che mi ha confermato che ero pronta, anche perché sono un’asmatica cronica.
La preparazione mentale penso sia il 60% per un’esperienza simile..dalle cose banali a quelle più complesse, è un viaggio che mette a dura prova..banalmente per due settimane non ci si puó lavare.
Si cammina tutto il giorno in mezzo alla polvere e la sera puoi solo passarti con una salvietta imbevuta. Non ci sono comodità, si dorme in un sacco a pelo e non puoi scegliere la dieta, la scelgono per te gli sherpa, che da quanto abbiamo capito hanno una passione irrefrenabile per l’aglio (è tutto studiato per tenere la pressione sotto controllo e per reidratare il corpo)..
E poi la quota, anche se si fa acclimatare il corpo, la gestione di quelle altezze non è semplice fisicamente e questo si ripercuote sulla testa.
Si fa fatica a fare tutto: sdraiarsi nel sacco a pelo richiede uno sforzo che provoca una tachicardia di minuti, la testa esplode, ogni passo è difficile, il freddo è intenso e penetra nelle ossa.
Penso sia un’esperienza che tutti dovrebbero fare, ma solo dopo essersi guardati bene dentro e aver capito di desiderarlo con tutta l’anima.
È l’unico modo per viverlo bene, come noi, che una volta rientrati ci siamo dimenticati tutte le difficoltà e saremmo ripartiti subito.
Qual è stata la parte più difficile del trekking e come l’hai superata?
La parte più difficile, anche se sembra stupido, è stata l’impatto con le stanze gelate.
Per tutto il trekking abbiamo alloggiato nei lodge, delle costruzioni che ricordano i nostri rifugi di alta quota. C’è sempre una sala da pranzo, dove condividevamo le emozioni della giornata e programmavamo la successiva. Naturalmente cenavamo insieme, il tutto coccolati da delle fantastiche stufe che creavano un microclima quasi estivo.
Poi si doveva andare a dormire..ma le stanze sono quasi sempre in un edificio collegato, che però non è né riscaldato né tantomeno isolato termicamente.
L’impatto con il gelo delle notti himalayane mozza il fiato; quei pochi minuti che servono al sacco a pelo per entrare in funzione sono terribili.
È stata una delle tante situazioni difficili in cui lo yoga mi ha aiutata.
Mi costringevo a mettermi in posizione di shavasana e focalizzavo il pensiero sulle varie parti del corpo, cercando di frenare il tremito, di rallentare il battito cardiaco e il respiro e poco per volta il sacco si riscaldava e potevo godermi un meritato sonno.
Quanto ti ha influenzato e preoccupato il fatto di soffrire di asma nel poter realizzare la tua avventura?
La preoccupazione era tanta. Naturalmente non mi sono improvvisata ma ho parlato con il mio medico sportivo e insieme abbiamo cercato di capire come aiutarmi a prepararmi al meglio, fino all’ok finale. Paradossalmente alle alte quote ho sofferto meno degli altri. Eravamo tutti in iperventilazione, loro si agitavano, io la conoscevo molto bene e avevo già i miei trucchi per gestirla.
Quando e come hai iniziato a praticare yoga?
Già da ragazzina avevo seguito qualche corso in palestra, ma non avevo proseguito. Poi è arrivato lo stop. A Natale 2021 mi sono positivizzata al covid (da asmatica non è stata una bella esperienza, anche perché si è riaggravata in maniera considerevole) e ho sentito la necessità di riempire le infinite giornate di reclusione, durata un mese, ma soprattutto di trovare qualcosa che potesse anche aiutarmi nella respirazione.
Spulciando i vari video su youtube mi sono imbattuta in Yoga4Climbers. Io arrampicavo e mi è sembrato perfetto per me…avevo ragione..



In che modo lo yoga ti ha aiutata a gestire l’asma?
Lo yoga penso che sia una disciplina molto mentale oltre che fisica. Durante le lezioni ci guidi negli asana ricordandoci che è importante il viaggio, che dobbiamo ascoltare il nostro corpo e accettarne i limiti e poi tutti i movimenti sono guidati dalla respirazione. Questo mi ha aiutata a non odiare me stessa. Quando ho ricominciato ad allenarmi e mi sono resa conto di aver perso tutti i miglioramenti per cui avevo sudato per un anno, ma ad accettarmi, con le mie difficoltà, e trovare un modo per ricominciare, un passo per volta. Non era l’asana completo, ma stavo lavorando per arrivarci e, indubbiamente, imparare a respirare correttamente non dico che possa risolvere una crisi giá conclamata, ma una in fase iniziale sicuramente diventa gestibile.
Quale tecnica di respirazione o esercizio di yoga hai trovato particolarmente utile?
La tecnica che più mi ha aiutata sia nella vita quotidiana che nel mio viaggio è stata la “respirazione quadrata”.
Il poter focalizzare la mente sulle quattro fasi mi obbligava a respirare nel modo corretto. Era come se il mio cervello costringesse i polmoni e tornare nei regimi e poi il poter fissare il pensiero su qualcosa di diverso rispetto alla difficoltà oggettiva che stavo vivendo aiutava ulteriormente.
Come hai trovato il coraggio di affrontare questa sfida?
Dopo l’entusiasmo iniziale mi sono fatta tante domande. Avevo paura di aver fatto un passo troppo lungo ma poi ho ripensato a tutti quegli anni in cui non ho vissuto e in cui l’asma in fondo era anche una giustificazione che davo a me stessa per non fare la fatica di provarci.
Come già detto mi sono affidata ad un medico sportivo, non mi sono improvvisata..ma nel momento in cui mi è stato detto che, con tutte le precauzioni del caso e la giusta scorta di farmaci per le emergenze, sarei potuta partire, il coraggio è uscito da solo. Sfidare sé stessi e i propri limiti ci tiene vivi e vincere quelle sfide ci fa sentire in cima al mondo…o quasi nel mio caso…
C’è stato un momento specifico durante il trekking in cui hai sentito che lo yoga ti stava aiutando particolarmente?
Tutte le mattine, prima di colazione, trovavo un cantuccio e seguivo il video della “meditazione del coraggio”.
A quei pensieri mi aggrappavo poi durante il giorno se insorgevano difficoltà.
Un altro aiuto prezioso è stato dato dallo stretching delle gambe, che sono state sottoposte a un bello sforzo e poi il respiro, come spiegavo prima.
La respirazione è stata fondamentale. Soprattutto la mattina in cui siamo saliti sulla vetta del Kalapathar, 5644 metri di altitudine esattamente di fronte all’Everest. L’ascesa è stata fatta in notturna (siamo partiti alle 3 del mattino), quindi l’aria era rarefatta e gelida (almeno 20 gradi sotto lo zero). Senza quell’aiuto non ce l’avrei fatta e invece…ho visto sorgere il sole sulla montagna più alta del mondo.
Quali sono stati i momenti più memorabili del tuo viaggio?
Tanti, troppi per raccontarli tutti. Sicuramente l’alba sull’Everest e l’ingresso al Campo Base. Mi viene ancora la pelle d’oca al pensiero.
Ricordo che mi sono accorta di avere il volto bagnato e nel momento in cui mi rendevo conto che stavo piangendo mi sono girata e ho visto che anche gli altri erano commossi.
Ci siamo abbracciati e tutta la fatica è stata spazzata via in un secondo..
Sempre al Base Camp con Elisabetta e Gaia (le uniche altre 2 donne del gruppo) ci siamo fatte convincere dagli sherpa a saltare su un masso e improvvisare un momento discoteca..un ballo liberatorio, anche se è durato poco perché non avevamo più fiato..
E poi le interminabili ore di cammino, a raccontarci tra di noi. Io praticamente non conoscevo nessuno ma è un’esperienza così totale da farti aprire il cuore e condividere tutto con i tuoi compagni di viaggio, fino a conoscerli come se fossero anni e non pochi giorni.



Che consigli daresti ad altre persone che vogliono intraprendere sfide simili?
Fatelo.
Con la giusta preparazione ma fatelo. Non fatevi abbattere dagli ostacoli, renderanno solo più emozionante il raggiungimento del traguardo.
Quali sono i tuoi prossimi obiettivi o sfide?
Qui in Italia mi piacerebbe raggiungere quota 30 vette da 4000 metri. Settimana prossima, meteo permettendo, proveró la traversata dei Lyskamm sul Monte Rosa. (nota: Sara è riuscita anche in questa impresa) All’estero, in febbraio, sto organizzando con Gaia, la mia compagna di stanza e avventura in Nepal, il trekking sul Kilimangiaro.
In che modo questa esperienza ha cambiato la tua vita e il tuo modo di vedere le cose?
Questo viaggio mi ha ridato fiducia in me stessa. Se un’asmatica può arrivare al campo Base dell’Everest, allora può dirsi una persona forte e tenace. Si vedono diversamente le piccole difficoltà quotidiane, si affronta tutto con un altro spirito.
Hai intenzione di continuare a praticare trekking in futuro? Se sì, quale sarà la tua prossima destinazione?
Assolutamente continueró e vorrei alzare l’asticella. Vorrei tornare in Nepal e tentare una vettina alpinistica. Con alcuni compagni di viaggio stiamo valutando il Mera Peak (6476 mt), che ci porterebbe a misurarci con un campo base in tenda su ghiacciaio e con la difficoltà di scalare a quella quota.
C’è qualcosa che avresti fatto diversamente durante la tua preparazione o il trekking stesso?
Rifarei tutto nello stesso modo, è stato semplicemente perfetto. Nella preparazione mi preoccuperei meno degli aspetti “igienici” e di privazione, pensando solo a godermi l’esperienza.
Come hai organizzato il viaggio e cosa hai portato con te di essenziale?
Per l’organizzazione ci siamo affidati a un’agenzia nepalese, la Unlimited Sherpa Expedition, guidata da Ngima Sherpa, che vive in Italia, a Varese, e che da anni organizza questi trekking.
Parte dei guadagni vengono devoluti alla sua associazione Okhaldhunga Nine Hill Association, che gestisce un intero villaggio dell’entroterra, dove Ngima ha ricostruito la scuola, l’ospedale e tante altre strutture per dare supporto alla popolazione locale colpita dal terremoto del 2015.
Ognuno di noi prima di partire ha raccolto vestiti per i bambini del villaggio di Ngima e li abbiamo consegnati ai suoi collaboratori a Kathmandu.
Praticamente tutto quello che ho portato era essenziale.
Avevamo poco peso a disposizione tra lo zaino e il borsone che affidavamo ai portatori, quindi niente fronzoli.
Sicuramente tutto l’abbigliamento tecnico, partendo dalle temperature estive, fino ad arrivare alle “glaciali”..e poi, un pò per deformazione professionale, una scorta di farmaci, pensata appositamente per tutto il gruppo assieme a Jorg, un compagno di avventura medico.
Hai avuto supporto da parte di guide durante il trekking? Come hanno contribuito al tuo successo?
Gli sherpa sono stati fondamentali. Hanno organizzato le nostre giornate alla perfezione, le pause, gli spuntini. Hanno pensato alla nostra dieta in modo da adattarla alle esigenze del nostro corpo dettate dal cambiamento di quota. Ci hanno fornito litri e litri di tea per non farci disidratare e hanno anche gestito i momenti di difficoltà, primo tra tutti il trasporto d’urgenza in elicottero di un nostro compagno di viaggio che è stato male all’ultimo avamposto, a 5100 mt..
Al nostro successo hanno contribuito anche i portatori, spesso non nominati, ma fondamentali. Questi ragazzi si caricano in spalla i borsoni di almeno due trekker a testa e si mettono in marcia per far sì che il bagaglio sia in camera al momento dell’arrivo del proprietario. Con loro e con gli sherpa abbiamo vissuto momenti indimenticabili..non li ringrazierò mai abbastanza..
Ringraziamo Sara per la sua ricca testimonianza e a te che hai scelto di arrivare fino alla fine di questo racconto che speriamo possa in qualche modo ispirarti.